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Articoli - Grande come la paura

Il Gruppo Puglia Grotte nell’Antro del Monte Corchia
Rimarranno queste date nella memoria delle cose e degli uomini o si perderanno come i primi rari numeri di Itinerari Speleologici, nei bagagliai impolverati delle auto di qualcuno?
L’Antro del Corchia è stato per noi tutti, nei lunghi anni passati al GPG, la pietra di paragone per l’ineffabile, la misura dell’incommensurabile.
E questo gigante sotterraneo delle Apuane aveva lo straordinario potere d’infonderci timore anche a distanza, o… forse era la proprio la distanza…

No, era il rilievo smisurato: 92 metri, 88, 40, 45, 36, 34, 25, 19… Era il groviglio di cunicoli, erano i nomi delle traversate e la leggenda del vento che vi soffiava, forte e freddo.
Corchia. Già il nome - evocando avventure lontane - ci ammaliava. Fu così che per l’ultima uscita di un corso di speleologia strampalato ci avventurammo in quelle mitiche lande.
E già le sorprese del viaggio per la penisola dovevano metterci in guardia, condito com’era di eventi misteriosi: il tempo pareva dilatarsi: delle previste 6 ore ce ne abbiamo messe 11.
Poi la salita su per la montagna sventrata dalla cave, a piedi per una sorta di inesprimibile sentimento di pietà per le coppe dell’olio delle nostre auto.

Bianco e pulito il marmo occhieggiava sul sentiero, fasciato dai cavi di ferro d’un impianto in disarmo. S’aspettava ognuno il proprio turno sotto il sole di mezzogiorno. Ci si divise confusamente in due squadre, ma ci si perse già a pochi metri dall’ingresso. E gli istruttori, che più subivano il fascino di quel nome, erano più nervosi dei corsisti.
Eravamo a pochi minuti dall’ingresso – o poche ore – quando non vedemmo più, alle nostre spalle, Nicola Lasaracina, inghiottito nel buio con i suoi ignari corsisti.

E qualcuno inveiva, un altro si spaventava, un terzo s’atteggiava a «Ma come avrà fatto a perdersi, era così chiara la via da prendere…»; ma non era così chiara, anzi... Trivi e quadrivi, frane e passaggi nascosti da diaframmi di roccia ci impedirono di ritrovarli per diverse ore.
«Ma chi è tutta questa gente?», d’un tratto sentimmo corsisti sconosciuti schiamazzare alle nostre spalle, e speleologi emiliani allegri come per una gita primaverile. «Il Corchia non è così misterioso ed inaccessibile, è una grotta come tante, per andarci la domenica», ci dicevamo.
«Non è più il Corchia di una volta!
», sentenziò qualcuno, indispettito per il non poter dire d’esserci mai stato prima d’allora, «Una grotta oramai turistica, quasi un corso per farci lo struscio… (ndr:Dicesi struscio il passare insistentemente e “lento pede” per una via o una piazza frequentata allo scopo di intrecciare affettuose relazioni)». «Ma i miti sono relativi», filosofeggiava un altro…

Bella ed interminabile, quattordici- sedici ore, metà delle quali d’attese gelate: fu questa la nostra traversata Buca d’Eolo-Serpente e, prima d’uscire, una spiaggia di fango sottile ed un bel traverso su un laghetto.
Il tratto finale, il Serpente, era spazzato dal vento dell’effetto Venturi: era un po’ come l’affacciarsi dal finestrino d’una macchina in corsa. Bellissimo, davvero bellissimo.
Ma si uscì e per la fatica furono in molti a sragionare: matti come cavalli s’inveiva contro quello e contro questo, perfino con chi neppure si conosceva.
Ed un’alba strana accolse gli ultimi di noi ad uscire, alle sei del mattino seguente.

Qualcuno si seppellì nel sacco a pelo, ma in molti ci s’aggirò ancora straniti per tutta la mattina, emozionati senza trovare le parole per dirlo.

Si ritornò a casa: chi in macchina, chi sul carro-attrezzi; chi la sera stessa, chi solo al mattino del giorno dopo.
E, ora che il mistero è stato abbordato, ora che l’incantesimo s’è afflosciato, cosa potrà ancora evocare Corchia, la magica parola? Nuovi misteri e nuovi incantesimi ci faranno sognare ancora, piccoli prodi spauriti?

Daniela Lovece