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Racconti - Angela Nicola

"Si chiamerà Angela Nicola, perché la madre di suo padre portò il nome di Angela e poiché oggi, nove di maggio, è il giorno in cui San Nicola arriva a Bari dal mare": così profetò il parroco.

La mia bisnonna Antonia rabbrividì al nome del gran santo dispensatore di miracoli; uscì di casa per dare la notizia al mio bisnonno Angelo; non chiese il suo parere, non le interessava: lo riteneva un uomo da poco.

"A vigna e ad orto resterai morto": lo sapeva bene Antonia che curava il vigneto e, a sera, sfogava la rabbia della fatica sul marito. Egli infatti, era andato a scuola per ben sei anni, rubando tempo al lavoro dei campi e, ormai vecchio, perdeva tempo ad insegnare ai figli a leggere.

Angela Nicola non andò a scuola, suo padre le insegnò tutto ciò ch'era sufficiente: apporre la propria firma.

Le giornate, trascorse tra ulivi e mandorli nelle terre degli altri - sempre dure a lavorarsi - la videro crescere. Non divenne bella, ma sana e forte, com'era stata sua madre.

Un giovane carabiniere andò dal mio bisnonno Angelo per chiederla in moglie, ma se la sentì rifiutare: secoli di diffidenza verso l'autorità lo separavano da Angela Nicola. Saputo il fatto, mia nonna, nuovo Cristo, disse solo: "Sia fatta la volontà di mio padre...". Rassegnata e senza emozioni sposò Francesco che faceva il contadino; con lui ebbe sei figli, in fretta; l'ultima fu mia madre. Angela Nicola l'aveva in braccio neonata quando, la notte di Natale, seppe che suo marito era morto, in fretta, fulminato al cuore.

Il mattino dopo indossò una veste nera e per sempre di nero vestì, donna del Sud, ad eterno lutto mostrare. L'alternativa alla fame ed all'ignoranza fu trovata da due figlie in convento: divennero suore. Il figlio più bello entrò in seminario, il più coraggioso emigrò al di là dell'oceano, in Argentina, l'ultimo entrò nell'esercito.

Si creò il vuoto attorno ad Angela Nicola ed a sua figlia: forze centrifughe e maligne le lasciarono poverissime, sole. La vecchia casa in campagna nelle notti senza luna si popolava di pericoli nascosti. Ogni notte Angela Nicola, affannata, correva in soffitta per imbracciare la doppietta e restava lì per ore, scrutando il buio, in silenzio. Non ne poté più, infine; decise di andare ad abitare nel paese.

Lì visse in un sottano assediato dai topi, non potendo permettersi altro. A lavare le camicie dei signori non si diventa ricchi, ma ci si vive, ci si può trasferire in una casa vera, ci si può mandare la figlia a scuola per qualche anno. Mia madre sposò un bel muratore, giovanissima, per sfuggire alla soffocante protezione di Angela Nicola; da Antonio ebbe tre figlie.

Se la prima fu chiamata con il nome della madre di suo marito, per la seconda il nome fu Angela, come sua madre. Mia nonna visse a lungo, lasciando anche a me, ultima nata, il tempo per conoscerla ed amarla. Mi preparò la crema al limone, mi raccontò le storie dei campi; da lei imparai i proverbi antichi, i detti che regolavano la sua vita semplice; per me declamò le poesiole edificanti di un'Italia povera ed autarchica che non avevo conosciuto; pregando alla luce delle candele, sgranò il suo rosario; percorse all'uncinetto, dietro le lenti spesse, chilometri di coperte colorate; si stupì quando seppe che, con la strenna di cinque lire che mi dava, non potevo comprarci più nulla. Poi la sciagura colpì Angela Nicola: perse il figlio più caro, il prete, l'onore della sua famiglia.

Da allora non si stupì, non lavorò, non pregò, non declamò, non insegnò, non raccontò, e non sorrise più. Si chiuse cupa aspettando la morte, la fine. Negli ultimi giorni rifiutò il cibo, ostinandosi a masticare solamente confetti alla cannella.

Aveva ottantotto anni quando decise di morire: si uccise di tristezza. Quando morì ero lontana da lei, non la vidi cadavere. Così, quando la visito, posso immaginarla russare forte dietro il marmo. Io, terza figlia di mia madre, sua figlia, porto il nome di una bambola: mi chiamo Daniela. Talvolta guardo le mie mani piccole e forti e vedo le sue, scure; penso, così, al ritrovarsi nelle generazioni.

Mi guardo nel ventre e vedo Antonia, Angela Nicola, mia madre Maria, mia figlia. Quest'eterna catena di madri trasmette una discendenza che non ha bisogno di un cognome comune, di certificati d'anagrafe, di documenti.

L'eredità sono i gesti, le voci, gli occhi. Mi sembra, allora, di percorrere un solco mille volte pestato; avverto la fatica dell'andare, ma c'è profumo di terra, di pietre al sole. Mi accorgo di essere presa nel tempo.

Daniela Lovece