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Racconti - Happy end

Mi arrivavano le parole nervose dalla cucina che gridavano il furto dell'auto di mia madre; dovevo addormentarmi: il mattino seguente la sveglia avrebbe suonato alle sei. Avevo preparato la borsa: chiavi, penne, tappi per non sentire, fogli da solcare, libri del dovere, coltellino sardo per difendermi da non so che.

Sulla scrivania dormivano le cose brutte ed eterne, poiché le scarpe di corda, le biro, i quotidiani, gli amici di una sera, gli epillî, i papaveri recisi mi atterriscono: l'effimero mi atterrisce; che cerchi di fare a meno di quello che potrebbe mancarmi?

Ho temuto il tempo tutto il tempo che ho vissuto; non rammento di aver mai ignorato concetti quali vecchiaia, morte. Ricordo la mia bisnonna Rosa, casa centenaria, montagna ingenua che di notte sul letto vedeva Gesù e gli angeli.

A tratti si affaccia l'immagine della nonna Lucia, cadavere: aveva la faccia sfatta, i capelli di un'ocra impossibile ed un velo nero, terribile; le prefiche piangevano un dolore rumoroso ed io guardavo la morte e le sue strane scarpe di stoffa. Nei giorni seguenti a casa arrivarono biscotti di cordoglio, forchette in numero di dodici, stendi biancheria, sedie di un'eredità modesta.

Nei sogni avevo il mare, grigio e bellissimo; se i sogni avessero potuto prendere corpo, avrei voluto essere alle Isole Svalbard. Avevo nel cuore le angosce e le risalite dei mesi passati; la mia età mi chiamava ad andare, a tentare; pentita, poi, ritornavo. Volevo conoscere: non potevo immaginare che ci sarebbero state cose di cui non avrei saputo mai. Scrivevo poesie e provavo infinito piacere nel travestirle di armonie metriche: mi parevano bella musica.

Era la fine di febbraio e se in altri tempi si vedevano già i mandorli in fiore, questo rigidissimo inverno portava neve; fiocchi impazziti davanti alla mia finestra sfrecciavano da nord-ovest. Le giornate, scandite dal tempo come intervallo tra risveglio, pranzo e cena, mi vedevano, per la prima volta, invocare il loro trascorrere. Rinnegato l'isolazionismo, ora, che mi restava? Mi sentivo dimenticata, sola e senza la noia della compagnia.

Se la soluzione all'eterna lotta dei sessi era l'aderire al proprio ruolo, io sapevo di partire svantaggiata: non riuscivo ad essere femmina. Vidi Amore, giocava a nascondersi, rise di me, dopo avermi ammaliato con calde promesse; mi dissi: "Che si fermi la giostra voglio scendere, perdo questo giro e l'altro ancora".

I gigli d'acqua, i bambini nomadi con le croste sulle guance per il gelo, gli altipiani del Ladak: pensai fino ad addormentarmi al mio primo grande giro fuori casa. Il sonno mi carpì alla coscienza, restituendomi rincretinita soltanto alle otto del mattino dopo.

Il mondo aveva continuato il suo cammino anche senza di me: il treno partì puntualmente senza aspettarmi. Avevo segretamente desiderato una vacanza dal dovere: ora mi toccava uscire di casa e gioire della libertà di non far niente.

Mi segnai le palpebre con il verde in una vaga ipotesi di restauro; con la bicicletta, poi, presi la prima strada per la campagna. Verso la periferia, costeggiando fabbrichette maleodoranti, oltrepassai un boschetto di querce; le ruote della bicicletta slittavano sulla neve compatta e ghiacciata: mi fermai alla Torre di Castiglione; vidi ferite di vernice rossa nella facciata di pietra, preservativi spiegazzati, rottami di ferro: provai vergogna, per tutti.

Salii per la scala a chiocciola, dall'interno; sulla cima, appoggiandomi alla croce per metà sommersa dalla neve, misi gli occhiali: vidi lontano il mio paese sgraziato, gli ulivi argentati, le mucche disinteressate; orme affrettate, come piste tristi, misuravano l'ampiezza dei campi imbiancati.

Guardai giù, ai piedi della torre ed il ricordo si confonde... fu lì che l'avvertii; avevo freddo, il verde mi lacrimava dagli occhi sulle guance; pensai che non casa, non azalee, non libri potevano riportarmi ad una realtà che non mi amava.

Fu la prima volta che, liberata, mi sentii felice. Anche l'infelicità probabilmente, come la felicità, alla lunga annoia.

Daniela Lovece