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Racconti - Rosa, Rosae

La fronte chiara, perfettamente verticale: quando la vide la prima volta, Rosa ci si imbatté.

Non si trattava di grandi spazi tra le sopracciglia e l'attaccatura dei capelli, di linee curve oltre il dovuto: solo una linea bianca, vista di profilo.

Sedettero accanto, per caso. Rosa spiò i capelli scuri, l'orecchio senza orecchino, le dita senza anelli; pensò che fosse bella.

Le mani piccole ed affannose della donna cercarono qualcosa dalla borsa lasciata ad accucciarsi, come un vecchio cane, sul sedile di fronte; prese poi alcune pagine strappate da un giornale e cominciò a leggere, sottolineando furiosamente, a tratti rapidi. Rosa cercava di spiare tra le righe:" Far rosolare i tranci di salmone con poco burro per cinque minuti...".

Smise di respirare: i suoi occhi le si posarono sulla faccia, rapidi, grandissimi, per un attimo. Rosa si sentì inchiodare al sedile di finta pelle attaccaticcio di persone; fu solo un attimo, alla fine; odiava la gente che nel treno la fissava, indisturbata e protetta dall'alibi del guardare casuale.

Quando qualcuno le si sedeva di fronte e prendeva a puntarle gli occhi addosso, sentiva di poterne morire, per l'imbarazzo; tutte le volte avrebbe voluto ricambiare l'occhiata e, mostrandosi seriamente oltraggiata, non abbassare lo sguardo finché non ne fosse sortita per lei una vittoria bella.

"Che treno fetente", pensò, "un'ora ed un quarto per trenta chilometri... ".

Nel finestrino vide riflesso il nome del suo paese sul cartello azzurro. "Se ora incontro Giuseppe, detto Chiedetelo all'esperto, mi getto per terra ai piedi del capostazione e chiedo asilo politico". C'è un limite alle sofferenze di tutti, si sa; difatti l'esperto non comparve.

Rosa attraversò la strada lastricata di pietre sino al portone e corse su; correva sempre per le scale, tornando a casa. "Perché dà il buonumore del ritorno", diceva. Pensò d'avere solo venti minuti per cenare, poi dieci per prepararsi ad uscire; l'aspettava una serata di "lavoro".

Quando non ti piace il lavoro che fai per vivere, devi inventarti un lavoro che ti piace, per non morire; questa era la sua teoria. Quando arrivava il lunedì sera, Rosa usciva di casa per andare in un locale al pianterreno, dove una volta aveva abitato la strana Mammusop coi suoi animali: l'asino, il gatto e le galline; era la sede del giornale.

Si trattava d'uno di quei poveri giornali di provincia, regolarmente d'opposizione, il cui maggior vanto è costituito, di solito, dall'avere all'attivo più querele che numeri. Scribacchiando - un po' meccanizzata, un po' no - era l'anima colta del giornale, il vocabolario portatile, l'autrice di quelle note sofferte su Carlo Michaelstaedter la cui pubblicazione, di solito, era sempre differita come argomento non locale.

Ognuno cresce dove può, legittimo; ma è triste non avere altri lettori fedeli che Donato il Pazzo e Santino l'infermiere. Diceva imperterrita, da due anni, di essere lì lì per laurearsi, sempre alle stesse persone che, instancabili, glielo chiedevano ogni mese.

"Ma che ne sanno del mal di schiena da sedia perenne, di com'è azzurro fuori quando tieni le finestre chiuse, di come aspetti che lo squillo del telefono t'interrompa quando hai le orecchie sigillate dai tappi, di com'è mortificante leggere ottocento pagine di critica mefitica, quando migliaia di libri dorati sporgono sensuali dagli scaffali, quando migliaia di versi stretti sporgono dalla bocca!"

"Si è rotta un'altra volta", gridò dalla finestra del locale che dava sulla strada, "la sfondo?". Tra la redazione notò la presenza di quella sottile atmosfera d'attesa che comportava la venuta di novità e denunce: il sindaco aveva ricevuto l'avviso di garanzia; pensò, divertita, che il suo paese - in fondo - non aveva nulla da invidiare alla città. Uscita, camminò veloce verso casa, ch'era tardi.

Notò che c'era gente sulla panchina del monumento ai caduti. La vide sorridere. Non aveva voglia di chiedere sottovoce chi fosse, né voglia di parlarle; guardò le scarpe lucide di vernice rossa che la donna portava. "Non è di qui, sicuro", pensò. Parlava veloce e forte, libera e potente.

"Aveva una voce profondamente sensuale"; fu questa la sola cosa che Rosa poté ricordare, quando un giorno le fu chiesto di parlare di lei. Tornata a casa bevve la camomilla calda calda, che peraltro odiava fieramente; lesse le didascalie di "Postalmarket", sul letto, prima di addormentarsi.

Alla mattina si buttò giù dal letto per indossare, Superman alla rovescia, i panni della ligia segretaria in quella cabina del travestimento che era il suo armadio e corse nel fumo tra le macchine delle otto; chiuse la porta dell'ufficio mentre l'orologio del fax le rimproverò a cifre intermittenti il ritardo.

Alle ore dieci e trenta, suonarono alla porta. Aprendo tolse dai capelli la pinza a paperetta d'alluminio; "Che sarebbe la vita se si perdesse pure la dignità?", ripeteva di solito quando lo specchio piangeva.

Nella luce della strada pareva ci fosse una gran folla, invece c'era solo lei; piccola e rotonda, sul volto della donna si agitavano cento espressioni, mutando in continuazione.

"Basterebbero per tutta la vita a tre persone", pensò Rosa appena la vide. Tornata a casa mangiò dodici maccheroni bisunti di sugo, ricetta - è una vita che cucino i maccheroni - autentica specialità di sua madre e s'addormentò.

Daniela Lovece